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fonte: https://it.eurosport.com/calcio/antonio-genovese-il-mister-in-carrozzina-che-fa-il-pendolare-per-allenare-in-serie-b-femminile_sto6019632/story.shtml

 

Paralizzato agli arti inferiori dall’età di 14 anni, Antonio Genovese non si è arreso all’idea di trovare un ruolo nel calcio e dopo aver fatto per 10 anni l’osservatore per le giovanili dell’Inter e aver ottenuto il patentino di allenatore Uefa B da quest’anno allena la Domina Neapolis: “Ogni weekend mi faccio 1600 km da Milano a Napoli per allenare ma non mi lamento perché inseguo il mio sogno”.

” Sono uno che ha deciso di vivere da attore protagonista la propria vita rifiutando il ruolo di spettatore passivo perché costretto in carrozzina”

Antonio Genovese sceglie questa frase per definirsi e raccontare il percorso che lo ha portato con tenacia, passione e caparbietà a 39 anni ad assumere l’incarico di allenatore della Domina Neapolis, club campano che milita nel campionato di Serie B femminile. Costretto su una sedia a rotelle dall’età di 14 anni, Genovese non ha mai smesso di sognare e in oltre 20 anni di esperienza nel calcio è riuscito a rivestire incarichi di prestigio, tagliare traguardi, togliersi soddisfazioni e soprattutto infrangere le barriere mentali che, per un disabile, sono spesso più problematiche di quelle architettoniche.

L’incontro con Moratti e quel colloquio con Sandro Mazzola

Nato e cresciuto a Milano, tifoso del Milan come tanti ragazzini stregati dal pallone anche Antonio fino a 13 anni ha trascorso la stragrande maggioranza dei pomeriggi a giocare a calcio sui campetti della periferia milanese: “Iniziai come terzino ma poi mi spostarono in attacco perché anche se un po’ robusto avevo un bello scatto e in area di rigore non mollavo mai. Avevo fatto anche qualche provino ma poi avevo deciso di continuare a giocare nella scuola calcio dove avevo iniziato…”. Nel 1991 sul finire del mese d’agosto, al ritorno dalle vacanze estive, l’incidente stradale che gli cambia la vita e gli paralizza gli arti inferiori. Un incubo che si materializza ma che non spedisce al tappeto Genovese che, durante la lunga riabilitazione in ospedale, trova dentro di sé la forza di coltivare un nuovo sogno: diventare un allenatore di calcio. Antonio, che alla mattina frequenta la scuola di ragioneria, nel pomeriggio inizia a fare le prime esperienze a livello amatoriale ma è nella primavera del 1996 che incontra, quasi per caso, la persona che gli cambia la vita e gli offre il primo incarico vero in una squadra di calcio: “All’Ospedale Niguarda quel giorno incontrai Massimo Moratti. Era insieme al figlio ed erano venuti a fare visita ad un paziente ricoverato. Quando mi vide, si avvicinò, volle conoscere la mia storia e prima di congedarsi mi disse: ‘quando esci dall’ospedale telefonami che te lo trovo io un posto’. Lì per lì presi quella promessa con le pinze, però una volta uscito quella chiamata la feci e Moratti si dimostrò davvero un gran signore. In pochi giorni mi fissò un colloquio con Sandro Mazzola, allora direttore sportivo e responsabile dell’area sportiva, che mi affidò un incarico di osservatore per il settore giovanile”.

Dal 1996 al 2006 per 10 anni Genovese visiona partite di calcio giovanile e segnala campioncini in erba all’Inter. Il legame però si interrompe bruscamente nell’estate del 2006 quando, con il cambio ai vertici del settore giovanile dell’Inter, a Genovese non viene rinnovata la fiducia e l’incarico. Senza una squadra dall’oggi al domani, Antonio non si perde d’animo ed inizia ad inviare curriculum in tutta la Lombardia. E’ qui però che capisce veramente che troppa gente non è pronta o sufficientemente aperta a tollerare la sua disabilità: “Pensavo che con l’esperienza accumulata in tanti anni all’Inter avrei potuto essere d’aiuto a tante società minori: invece puntualmente, quando si fissava un colloquio e mi vedevano arrivare con la sedia a rotelle i dirigenti diventavano reticenti. ‘Che ce ne dovremmo fare di questo qui?’ o altre frasi di quel tipo ne ho sentite e non posso negare mi abbiano ferito… Ciò che mi dava più fastidio però era che quando chiedevo a dirigenti, allenatori o gente che gravitava nel calcio se un disabile poteva frequentare il corso di allenatore, la risposta che ottenevo era sempre un no secco, quasi mai motivato”.

Genovese non si arrende e nell’estate del 2010, scartabellando fra i vari commi del regolamento del settore tecnico della Figc, scopre che nel bando per Allenatore di Base –Uefa B un articolo garantisce a due soggetti di disabili di potersi iscrivere al corso e frequentarlo. Ovviamente Antonio si iscrisse e nello stesso anno lo passò brillantemente diventando il primo allenatore italiano disabile con patentino Uefa-B: “Frequentare il corso ed ottenere l’abilitazione per me è stato il coronamento di un sogno. Molti pensano sia una passeggiata o un pro forma ma non è affatto così. Le lezioni durano anche cinque ore e si svolgono dal lunedì al venerdì dalle 17.30 fino a tarda sera: il sabato mattina poi si va in campo dove ci si concentra sugli esercizi e si visionano i metodi d’allenamento di tutte le categorie del settore giovanile. Dalla tecnica, all’allenamento dei portieri, dal primo soccorso alla metodologia d’allenamento fino alla psicologia applicata al calcio: le nozioni che apprendi sono veramente tante e molto utili e mi hanno aiutato a capire che quella era veramente la strada che volevo intraprendere”.

Dopo aver iniziato a maturare qualche esperienza da allenatore con compagini juniores e di Terza Categoria lombarda ed aver fatto l’osservatore per il Monza nella stagione 2011-2012, cinque anni fa Genovese decide di abbandonare il maschile per allenare nel calcio femminile, una scelta che non ha mai rimpianto. “Ciò che mi ha colpito delle ragazze sin dai primi allenamenti ai quali ho partecipato come stagista esterno della Femminile Inter (categoria Giovanissime) è la loro curiosità e la voglia d’imparare. Nel maschile se svolgi un esercizio, tante volte succede che i giocatori lo svolgono in maniera ‘robotica’, nel femminile invece ciò non accade quasi mai: le ragazze ti bloccano, vogliono capire come lo devono fare e quali benefici può garantire loro. Hanno voglia di crescere, rispettano i consigli di chi è lì per aiutarle e questo atteggiamento rende molto stimolante allenarle. Anche e soprattutto per questo motivo non sento la nostalgia del maschile e vedo il mio futuro nel calcio femminile”. Dopo aver guidato il Settore Giovanile della Bocconi nel 2013, dal 2014 al 2016 Genovese ha svolto il ruolo di collaboratore tecnico della Res Roma in Serie A nello staff di Fabio Melillo, curando relazioni sugli avversari e accomodandosi anche in panchina nelle trasferte giocate in Lombardia. Proprio questo apprezzato lavoro quest’estate ha convinto la Domina Neapolis a contattarlo e ad offrirgli l’incarico di allenatore in Serie B.